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Memoria di Oscar Arnulfo Romero a 30 anni dal suo martirio

Notizia inserita il 24/03/2010

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Ciudad Barrios - 15 agosto 1917
San Salvador - 24 marzo 1980

Durante il funerale all’Università Centroamericana (UCA) di San Salvador (El Salvador) Ignacio Ellacuria disse: “Con Mons Romero Dio è passato per il Salvador” e alcuni mesi dopo scrisse molto opportunamente: “È stato un inviato di Dio per salvare il suo popolo”.
Ancora una volta, nella fedeltà, ci ritroviamo a vegliare, a interrogarci, ad essere felici perché un Padre della Chiesa latinoamericana continua a sostenere i nostri giorni difficili.

A trent’anni anni dal martirio di san Romero
Pedro Casaldáliga

Don Oscar RomeroCelebrare un Giubileo del nostro san Romero d’America è celebrare un testimone che ci contagia di profezia. È assumere con responsabilità le cause, la causa per le quali il nostro san Romero è martire. Lui è un grande testimone nella sequela del Testimone maggiore, il Testimone fedele, Gesù. Il sangue dei martiri è quel calice che tutti/e possiamo e dobbiamo bere. Sempre e in ogni momento la memoria del martirio è una memoria sovversiva. Sono passati trent’anni da quella Eucaristia completa celebrata nella Cappella dell’Hospitalito. Quel giorno il nostro santo ci scrisse: “Noi crediamo nella vittoria della risurrezione”. E molte volte disse, profetizzando un tempo nuovo, “se mi uccidono risusciterò nel popolo salvadoregno”. E, malgrado le ambiguità della storia in cammino, il nostro san Romero risuscita ne El Salvador, nella Nostra America, nel Mondo.

Questo Giubileo deve rinnovare in tutti noi una speranza, lucida, critica ma invincibile. “Tutto è grazia, tutto è Pasqua, se entriamo rischiando tutto nel mistero della cena condivisa, la croce e la risurrezione.

San Romero ci insegna ed esige che viviamo una spiritualità integrale, una santità mistica e politica. Nel quotidiano della vita e nei coinvolgimenti maggiori della giustizia e della pace, “con i poveri della terra”, nella famiglia, nelle strade, nel lavoro, nel movimento del popolo e nella pastorale incarnata. Egli ci attende nella lotta diaria contro questa specie di banda mostruosa che è il capitalismo neoliberista, contro un mercato che abbraccia tutto, contro un consumismo senza freni. La Campagna di Fraternità del Brasile, quest’anno ecumenica, ci ricorda la parola decisiva di Gesù: “voi non potete servire due padroni, Dio e il denaro”.

Rispondendo a quanti nella Società e nella Chiesa vogliono screditare la Teologia della Liberazione, il camminare dei poveri nella comunità, questo nuovo modo di essere Chiesa, il nostro pastore e martire diceva: “vi è un ateismo più vicino e pericoloso per la nostra Chiesa ed è l’ateismo del capitalismo quando i beni materiali diventano idoli e sostituiscono Dio”.

Fedeli ai segni dei tempi, come Romero, promovendo i volti dei poveri e le urgenze sociali e pastorali, in questo giubileo dobbiamo sottolineare cause più grandi, alcune di queste sono veri paradigmi. L’ecumenismo e il macroecumenismo, in un dialogo religioso e in una koinonia universale. I diritti degli immigrati contro le leggi segregazioniste. La solidarietà e la intersolidarietà. La grande causa ecologica (La nostra Agenda Latinoamericana di quest’anno è dedicata al problema ecologico e ha un titolo/sfida: “Salviamoci assieme al Pianeta”). L’integrazione della Nostra America. Le campagne per la pace reale, denunciando il crescente militarismo e la proliferazione delle armi. Spingendo sempre le trasformazioni ecclesiali, con i laici protagonisti come aveva chiesto la Conferenza di Santo Domingo, e l’uguaglianza delle donne nei ministeri ecclesiali. La sfida della violenza quotidiana, soprattutto nei giovani, manipolati dai mezzi di comunicazione alienanti e dall’epidemia mondiale delle droghe.

Più le sfide sono forti, più continueremo a vivere l’opzione per i poveri, la speranza “contro ogni speranza”. Nella sequela di Gesù, nel cuore del Regno. La nostra coerenza sarà la più bella canonizzazione di san Romero d’America Pastore e Martire.

Siamo oggi contemporanei e compagni di strada - sempre più informati, ma a rischio di essere semplici spettatori - di tanti individui-popoli che nei modi più diversi vivono la loro storia nel ruolo di “vittime”. Protagonisti obbligati - e con speranze sempre precarie - di processi di “genocidio per negazione di identità e di possibilità di scegliere-vivere un futuro”. La lista degli individui-popoli che entrano in questo destino di negazione e di invisibilità fa parte della cronaca: si aggiorna - più allungandosi, che trasformandosi - proporzionalmente alla diminuzione della capacità-possibilità da parte della società globale di pensare seriamente che un’altra storia sia dovuta, e praticabile: per loro, e perciò per noi.

Romero era il testimone di uno di questi processi di negazione di futuro. Non ha fatto altro che dire ad alta voce, nella “normalità” del suo “mestiere”, che un’altra storia doveva essere possibile. Lo ha detto nella sua lingua: che era quella di un vangelo che ha come filo conduttore il credere che ciò che è improbabile-impossibile deve semplicemente essere riproposto con voce più alta e senza compromessi: senza preoccuparsi del se e quanto la “disobbedienza” alle pretese delle politiche che hanno come logica di fondo quella della ripetitività del potere, può e potrà produrre i suoi effetti. Il suo invito alla disobbedienza, nella semplificazione assoluta del si/no del vangelo, e della vita, era rivolta ai rappresentanti-titolari- esecutori del potere, i militari. Come quella di don Milani, è stata la parabola che ha tradotto nella lingua della storia concreta che viveva le tante parabole che nel vangelo ripetono sempre lo stesso messaggio: la storia ha senso solo se diviene il luogo ed il tempo in cui le vittime-protagoniste dei tanti “genocidi” per negazione della inviolabilità della vita e della libertà degli umani” sono riconosciute come i “beati”: i portatori-rivelatori di senso.

La “parabola” di Romero è come quella che un altro arcivescovo, di un’altra Chiesa, Desmond Tutu, che piange per l’intollerabilità del dolore di fronte all’enormità del genocidio dell’apartheid, per cui è necessario disobbedire alla ragionevolezza del “fare i conti” e della punizione, per immaginare che possa divenire vera la parabo - la-beatitudine di una riconciliazione che può avere senso solo se ha le caratteristiche di una nuova creazione: perché i figli di Dio, come nella “parabola” della Samaritana, devono poter essere generati - divenire un “genere” nuovo - anche dall’aridità delle pietre. Ricordare è assumersi la inevitabilità-pazienza-allegria di essere nuove, sempre diverse, “parabole” in ognuna delle nostre storie.